Qual è il futuro della moda italiana?

Glamour inteso come eleganza, ma anche come magia. È difficile rimanere immuni al fascino della mostra che il Victoria and Albert Museum di Londra, da sempre tempio dei tessuti da esposizione, dedica alla moda italiana dal 1945 ad oggi. Le sale (The Glamour of Italian fashion, sino al 27 luglio) raccontano una storia che inizia con il fascismo e termina con le preoccupazioni e i dubbi degli stilisti di oggi. Catturano il visitatore non solo con i modelli e gli accessori esposti, il loro appeal e la loro bellezza senza tempo, ma anche il lavoro di ricerca che ha portato la curatrice Sonnet Stanfill a organizzarli attorno a un filo conduttore tematico. Chi entra è catapultato in un mondo di colori e atmosfere diverse. Londra rimane fuori. Un muro di marmo dà il là con le sue sfumature rosacee e gialle. A sinistra, sotto vetro, come le grandi opere d’arte, due abiti dei primi Anni 40. Dentro, perfettamente conservato, il tagliando dell’Ente nazionale della moda. «Marca di garanzia». Per Stanfill è un’etichetta che racchiude il segreto «di un’industria unica e inimitabile»: «qualità e passione». Due doti che hanno permesso alla moda italiana, e all’Italia del Dopoguerra, di emergere.

«Il paese è uscito dalla Seconda guerra mondiale con l’economia a terra —ricorda la curatrice, newyorkese di nascita, da 15 anni al V and A — la povertà era estrema, il tasso di alfabetizzazione del 50%». Eppure, a sei anni dalla fine del conflitto, i riflettori del mondo della moda erano puntati fermamente sull’Italia, e più precisamente su Firenze. Il merito, secondo Stanfill, è interamente di «un imprenditore visionario senza il quale oggi non saremo qui». Giovanni Battista Giorgini: fu lui, nel 1951, a convincere i compratori dei grandi stores americani, nonché la stampa internazionale, ad assistere a Firenze alla prima rassegna di alta moda italiana. «Fece di tutto per portare i pesi massimi a casa sua, a Villa Torrigiani», sottolinea Stanfill che ha studiato attentamente il carteggio (diverse lettere sono esposte). «Organizzò cene, balli, visite, escursioni. Prenotò biglietti del treno, viaggi in aereo, si fece letteralmente in quattro». Il successo fu immediato, tanto che il giorno dopo i giornali parigini riportavano la notizia definendola «una minaccia» per il monopolio dell’haute couture francese. A Giorgini e alle sue sfilate della Sala Bianca — nel 1952 la rassegna si trasferì infatti a Palazzo Pitti — è dedicata la seconda parte della mostra. Stanfill ha riunito le creazioni della maggior parte degli stilisti che parteciparono a quella prima sfilata, da Emilio Schuberth — un abito di seta rosa, viola e nera con pizzo nero indossato dalla baronessa Thelma Chrysler Foy — a Simonetta, alle Sorelle Fontana. «Di quel gruppo l’unico marchio ancora operativo è Pucci», fa notare.

Dalla Sala Bianca, al rapporto tra sartoria e cliente: la sala successiva, intitolata Ritorno al lusso, mette in mostra l’influenza, la ricercatezza e l’impeccabile mano d’opera delle grandi sarte degli Anni 50, come Maria Grimaldi, a Torino, che vestì la collezionista svizzera Margaret Abegg, donna di grande mondanità considerata tra le più eleganti dei suoi tempi. È nella sala successiva che la mostra arriva al clou. Hollywood sul Tevere, gli anni in cui Roma faceva lezione di stile al mondo attirando stelle come Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Ava Gardner. Sui muri le immagini della Dolce vita. Le lambrette, i paparazzi, le star: al centro della sala, l’eleganza da brivido creata da Federico Forquet per Marella Agnelli, da Biki per Maria Callas, da Gattinoni per Audrey Hepburn e Ingrid Bergman, da Mila Schon per Lee Radziwill, sorella di Jackie K, da Irene Galitzine per Jackie, da Valentino, da Alberto Fabiani. Sul lato una bacheca con i gioielli di Bulgari (sponsor della mostra) anelati, adorati e sfoggiati da Elizabeth Taylor. Seguono la moda maschile – con gli abiti creati da Angelo Litrico per JF Kennedy e gli spettacolari modelli di Rubinacci — e alla fine i grandi di oggi: Dolce e Gabbana, Prada, Fendi, Gucci, Missoni, Giambattista Valli. La domanda è inevitabile: quale sarà il futuro? Questa mostra è un omaggio a un’industria che funziona o l’ultima canzone di un cigno meraviglioso che non può sopravvivere alle nuove pressioni del mercato? Stanfill è diplomatica, ma non si nasconde: «La moda italiana ha un futuro importante, ma deve puntare sull’high end». Racconta con ammirazione dei laboratori visitati, delle pelletterie toscane,dei setifici di Como, delle maglierie: «I distretti produttivi», precisa, con la loro esperienza e altissima qualità, sono stati la colonna portante. «Sono loro il futuro. La provenienza del made in Italy deve essere certa». Niente Cina, in pratica. Niente India. Solo Italia.

Paola De Carolis



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